NO PROFIT E NONPROFIT

amministratore In evidenza, novità Leave a Comment

Share

NO-PROFIT è diverso da NON-PROFIT (senza profitto è diverso da non per profitto)
 
La dizione NO-PROFIT non equivale a NON-PROFIT che deriva dalla sintesi di Not for profit. Non c’è associazione che non abbia introiti o piccoli profitti, i quali tuttavia non sono lo scopo primario del suo impegno sociale. Se anche noi volontari ci confondiamo e commettiamo questo errore, allora ha ragione Giovanni Moro (nella pubblicazione “Contro il Non Profit”) che vede PROFIT dappertutto e ritiene sia nel giusto chi pensa che i volontari debbano fare tutto gratis e, dunque, che non abbiano bisogno di denaro.

Idea che trova sponda anche nelle derive “puritane” del volontariato le quali valutano i rimborsi come una contaminazione della gratuità e denunciano come scandalo le associazioni che si affannano in cento attività
di raccolta fondi per pagare la sede, le bollette, i pulmini e la benzina. Sembra addirittura che anche la nuova legge sul terzo settore, nata sì per “ordinare”, ma con intenti fiscali prevalenti, ritenga che il volontariato
“puro” non debba gestire denaro.

Se è vero come affermava Giovanni Nervo nel suo ultimo libro-testamento (“Ha un futuro il volontariato?” Dehoniane, 2007) che il Volontariato per troppi soldi può morire è altrettanto vero che il Volontariato senza
soldi muore di sicuro, oppure rimane o ritorna ad essere attività estemporanea e filantropica di benestanti (tipica dei paesi ricchi) o sopravvive in simbiosi con altre strutture consolidate (es. chiesa, esercito o
nosocomi) che lo tengono, come fiore all’occhiello, emblema di una commovente gratuità in un mondo di profittatori.

Chi ha visitato La Verna capisce che se San Francesco non avesse ricevuto in dono quella tenuta da un ricco signore che gliela donò con atto notarile, non avremmo forse oggi l’ordine francescano. Ma la “ricca” tenuta
era dell’Ordine e non di Francesco. Solo così egli poté sposare Madonna Povertà, pur possedendo la tenuta, invidiabile sia dai poveri che da altri ricchi, i quali, ancor oggi, se non edotti su questa sostanziale differenza
formale, potrebbero rinfacciarglielo… Come di fatto accade!


Il no-profit esiste solo a livello personale e non costa niente (o quasi, perché spesso i volontari ci rimettono soldi e mezzi al di là del tempo che dedicano al servizio). Quando invece si crea un’organizzazione, i soldi ci vogliono subito fin dall’inizio: dalle penne biro alle marche da bollo, dal riscaldamento della sede alle manutenzioni, dalle bollette alle assicurazioni, i soldi derivano sempre da un profitto, anche se questo è determinato da liberalità di persone generose, da “lotterie” interne, dalla vendita di oggettistica o di manufatti poveri. Per questo le organizzazioni di volontariato dichiarano di svolgere servizi “non per il mero profitto”, servendosi anche di operatori stipendiati, persone di fiducia, che con passione svolgono il proprio mandato. Continuano ed essere associazioni non-profit pur cercando ogni giorno introiti per l’autosufficienza e fanno
molta fatica a tenere viva questa equilibrata missione affinché sia esemplarmente alternativa alla follia del mondo attuale, tutto e solo profit.

In questa prospettiva è comprensibile che si assumano nuove figure professionali come il “fundraiser”, cioè persone esperte e pagate per raccogliere donazioni che rappresentano i maggiori introiti delle associazioni nonprofit. Introiti che al pari del 5 per mille non si vogliono e non si devono considerare dei profitti, ma per ottimizzare i quali, tuttavia, si possono assoldare dei promotori in una inestimabile e squilibrata
competizione pubblicitaria. Gli eventuali approfittatori vanno stanati e puniti, mentre ora si continua ad aumentare la burocrazia a danno degli amministratori onesti delle ODV (Organizzazioni Di Volontariato) pensando di scovarli aumentando gli incartamenti, dietro ai quali invece, come si sa, è ben più facile nascondersi.

Una proposta concreta è che si inizi a usare il termine NON-PROFIT tutto attaccato in una sola parola, cioè NONPROFIT, proprio perché non si sottolinei la negazione del profitto come unico elemento di quel settore,
ma il diverso uso dei profitti (sempre insufficienti perché reimpiegati in nuove attività ed emergenze) e la diversa visione del mondo che deriva dalla filosofia della solidarietà economica. È un’operazione simile a quella che compì Aldo Capitini quando chiedeva la stessa operazione per il termine nonviolenza, da non scrivere staccato, “sicché si è attenuato il significato negativo che c’era nello scrivere non -staccato da- violenza, per cui qualcuno poteva domandare: “va bene, togliamo la violenza, ma non c’è altro?” Se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo” (A. Capitini, “Le tecniche della nonviolenza”).


Anche per il termine nonprofit vale l’accezione positiva e concettuale che emerge dal semplice fatto di scriverlo attaccato, in un lemma unico che diventa un neologismo inequivocabile, ricco di nuovi significati.


Alessandro Gozzo, Associazione “Il Portico” di Dolo
Testo aggiornato dopo la protesta dei giubbini blu di F. I. in parlamento il 29 dicembre 2018, sui quali era scritto ancora “No-Profit”